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Analisi della concorrenza: il pilastro di ogni strategia di marketing

14 Maggio 2019 by BCD

L’analisi della concorrenza: sul web possiamo trovare e reperire dati fondamentali sui nostri concorrenti

L’analisi della concorrenza , in ogni strategia di marketing che voglia definirsi tale, consta, una volta individuati i competitors del settore, in una analisi dei punti di forza e di debolezza di ciascun concorrente.

Si tratta di un passaggio obbligato se si vuole competere ad armi pari e uno strumento potentissimo per capire come i propri concorrenti si pongono sul mercato, quali azioni intraprendono, dove sono forti e dove invece cedono il passo: quindi un arma fondamentale sia in chiave offensiva che in chiave difensiva.


Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia

Sun Tzu in “L’arte della guerra”

Clicca qui per Richiedere gratuitamente un esempio di analisi dei siti concorrenti

Analizzare a fondo i competitor e le loro strategie di marketing è una lavoro complesso che deve tenere conto di tutti i canali attraverso i quali i soggetti svolgono la propria attività. Quando però il competitor è presente sul web e svolge una parte se non la totalità della sua attività in rete (pensiamo ad un e-commerce) il suo sito web diventa una fonte preziosissima di dati, parlanti e liberamente prelevabili.

Non dimentichiamo poi che ormai buona parte delle aziende sono presenti in rete e svolgono almeno una parte rilevante della loro attività promozionale sul web.

Ecco quindi che la rete ci regala una importante occasione: analizzando i dati dei siti web concorrenti possiamo dedurre dati fondamentali sulle prestazioni, sulle strategie adottate e soprattutto sui punti di forza e sulle debolezze del concorrente.

Quali sono i dati che possiamo dedurre da una analisi avanzata del sito web concorrente?

Attraverso i software di analisi SEO più evoluti, uniti (sempre) alla capacità di interpretare il dato possiamo di fatto sapere:

  1. Il traffico attuale (in numero di viste per unità di tempo) del sito concorrente. E’ anche possibile conoscere i dati storici del traffico e quelli stimati. Sarà quindi possibile individuare il trend del sito nel tempo.
  2. Il posizionamento dettagliato del sito concorrente e di ogni sua pagina sui motori di ricerca. Appare quindi facile evincere dove, su quali ricerche, il concorrente risulta saldamente posizionato e dove invece presenta il fianco a suoi competitors.
  3. Una analisi professionale è anche in grado di valutare la qualità delle parole chiave per le quali il sito concorrente si posiziona e dove questa qualità risulta bassa, scalzarlo dalle sue posizioni sarà relativamente facile.
  4. L’analisi web del concorrente è poi in grado di evidenziare, con una buona approssimazione, quante e quali azioni promozionali il concorrente ha intrapreso e intraprende sul suo sito (campagne digital adv, Google Ads ecc.). Questa valutazione può essere dedotta dalle variazione nel tempo delle visite per ciascuna pagina del sito. Ovviamente, anche in questo caso, l’esperienza di chi effettua l’analisi risulta fondamentale.

Clicca qui per Richiedere gratuitamente un esempio di analisi dei siti concorrenti

Quanto può costare una analisi della concorrenza online?

Molto meno di una analisi SEO tradizionale su ciascuno dei siti della concorrenza. Una consulenza tradizionale può costare da diverse centinaia di Euro a più di un migliaio di Euro. Una Analisi SEO dei siti web concorrenti invece può costare molto meno ed essere il punto di partenza (o di arrivo, dipende da ciò che emerge) per una consulenza SEO approfondita finalizzata a migliorare le prestazioni e il posizionamento del proprio sito in relazione alle prestazioni dei concorrenti.

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SEO per il settore immobiliare: un esempio di come può funzionare.

1 Agosto 2018 by BCD

Un esempio concreto applicato al settore immobiliare, di come la SEO, se attuata in maniera professionale e finalizzata può consentire di ottimizzare la spesa per la pubblicità online.

Qualche tempo fa ho intrapreso entusiasticamente un progetto nel campo della SEO (o meglio dei contenuti ottimizzati per i motori di ricerca) per il mercato immobiliare.
Il cliente era importante, l’obiettivo era vendere appartamenti di nuova costruzione, frutto di una riconversione industriale, nel quartiere residenziale di Barcola a Trieste. [Leggi di più…] infoSEO per il settore immobiliare: un esempio di come può funzionare.

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Perché avere un sito web aggiornato e ottimizzato SEO. Con parole semplici.

18 Luglio 2018 by BCD

Voglio fugare, in poche righe e con parole semplici che siano comprensibili a tutti (anche a chi di “internet” non ci capisce nulla e magari ritiene che non sia importante) tutti fraintendimenti, i dubbi intorno all’importanza di avere un sito web aggiornato e ottimizzato SEO.
Oggi l’acronimo SEO (Search Engine Optimization) si spende molto (forse troppo) facilmente e mi rendo conto che non sempre è facile spiegare perché è importante senza ingenerare attacchi di noia incontrollabile.
Quindi ho deciso di ricorrere ad un paragone, e non aggiungo altro.

Cominciamo con le domande più comuni.

Cosa significa non avere un sito web per la propria attività?

E’ come voler fare il cantante, possedere delle doti canore eccezionali ma non cantare mai (neppure sotto la doccia).

Cosa significa avere un sito web e non alimentarlo mai?

E’ come voler fare il cantante, possedere doti canore eccezionali e cantare sempre e soltanto la stessa canzone: la prima volta piace, dopo stanca e alla fine, nella migliore delle ipotesi, verremo ignorati.

Cosa significa avere un sito web, alimentarlo ma non ottimizzarlo con la SEO?

E’ come voler fare il cantante, possedere delle doti canore eccezionali e un grande repertorio di canzoni ma cantare solo e soltanto a casa nostra: nessuno ci scritturerà mai, chi ha interesse a sentirci cantare, non può sapere che esistiamo, perché, di fatto, non ci può sentire cantare.

Cosa significa invece avere un sito web, alimentato e ottimizzato con la SEO?

Significa voler fare il cantante, avere doti canore eccezionali, uno vasto repertorio e cantarlo in tutte le piazze che contano a davanti a tutti coloro che desiderano veramente ascoltarci: impossibile non essere scritturati e non avere davvero l’opportunità di diventare famosi, vi pare?


Non credo ce ne sia ancora bisogono ma, volendo riportare tutto sul piano più professionale, avere un sito web con contenuti ottimizzati SEO significa avere un sito che viene trovato dagli utenti, significa fornire contenuti utili e incrementare la lead generation.

Il paragone utilizzato non è affatto preciso per quanto riguarda i significati ma è perfettamente calzante se parliamo della funzione che i concetti di “contenuto” e “SEO” svolgono sulla reale utilità di un sito web.

A questo punto dire: “non ci ho capito molto…” spero sia almeno un pò più difficile.

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Certificati SSL: da luglio 2018 diventano indispensabili altrimenti…

5 Giugno 2018 by BCD

Vi è mai capitato di buttare distrattamente lo sguardo nell’angolo in alto a sinistra del browser durante la navigazione sul vostro sito o blog aziendale? Diciamo raramente e se vi è capitato, sicuramente non è avete dato grande attenzione al piccolo simbolo grigio (o verde) posto nella barra dell’indirizzo web.

Bene, tra poco più di un mese saremo costretti a volgere inevitabilmente il nostro sguardo verso quella ristretta porzione dello schermo, quantomeno per sapere se Google sta di fatto penalizzando il nostro sito web perchè da lui ritenuto “non sicuro”.

Da ottobre 2017 infatti Chrome ha iniziato a segnalare come NON SICURI tutti i siti web privi di una certificato SSL. In altre parole, se non avete l’icona di un piccolo lucchetto chiuso a sinistra nella barra degli indirizzi del browser, a partire da luglio 2018, il vostro sito sarà penalizzato dall’algoritmo del motore di ricerca, a prescindere dalla bontà e dalla attenzione con cui avete creato contenuti utili, ben scritti e ottimizzati per le ricerche.

Ma cos’è un certificato SSL e cosa significa averlo installato sul nostro sito web?

Un certificato SSL (Secure Sockets Layer) è un protocollo progettato per consentire alle applicazioni di trasmettere informazioni in modo sicuro e protetto. L’autorità che emette il certificato fornisce la garanzia che il “soggetto” con cui stai “parlando” attraverso il browser è realmente chi dice di essere. Ma non finisce qui: possedere un certificato SSL significa anche criptare tutto il flusso di dati che intercorrono tra te e il tuo interlocutore virtuale, rendendo assai difficile intercettare e sottrarre dati sensibili.
Quando un sito è dotato di un certificato SSL valido, la piccola icona posta alla sinistra della barra degli indirizzi del nostro browser assume la forma di un lucchetto chiuso (di colore verde in chrome) e il protocollo http:// che precedeva tutti gli indirizzi url del nostro sito muterà in https://.

Da luglio (se non prima) Google, forzando l’accellerazione verso l’adeguamento di tutti i siti a questo “non nuovo” standard di sicurezza, renderà la presenza di un certificato SSL e quindi l’utilizzo del protocollo https un fattore di ranking determinante per sul posizionamento di un sito web sui motori di ricerca.

Risulta chiaro che quindi, per quanti sforzi possiamo fare per ottimizzare i nostri contenuti rendendoli fruibili e completi, verremo penalizzati su Goolge che preferirà alla nostra risorse quelle provenienti da siti web da lui ritenuti più sicure e protetti.

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Google è cieco ma sa leggere: breve guida su come ottimizzare le immagini

9 Marzo 2018 by BCD

Una breve guida su come ottimizzare le immagini per Google.

E’ un dato di fatto: Google è cieco, cieco dalla nascita. Il più grande, potente ed esaustivo motore di ricerca del mondo ha la stessa dote visiva di una talpa.
La domanda che potremmo farci allora è “come mai le immagini sono presenti quando noi facciamo una ricerca?” Come mai esiste un’intera parte del motore di ricerca esclusivamente dedicato alle immagini? 

Chi di noi non ha mai fatto una ricerca per immagini?

Tutti noi ogni giorno, cerchiamo delle immagini utilizzando un motore di ricerca essenzialmente cieco, che non vede (letteralmente) ciò che ci restituisce come risultato della nostra ricerca. Ma allora, com’è possibile che cercando “scarpe da trekking rosse” lui mi metta disposizione effettivamente le immagini di decine di scarpe, scarpe da trekking, per l’appunto di colore rosso. Come diavolo può sapere com’è fatta una scarpa da trekking, rispetto ad una scarpa da ginnastica. Come può sapere quale scarpa è rossa e non invece verde o gialla?

La verità è semplice anche se decisamente contro-intuitiva: Google ci vede perché sa leggere.

Si potrebbe facilmente obbiettare che le immagini sono fatte di forme, colori, luci, pixel, non certo di lettere e parole. L’obiezione è pertinente, ma non del tutto vera.

Le immagini che quotidianamente vengono date in pasto a Google da tutti i siti web, da tutti i social network e repository del pianeta, contengono meta-informazioni testuali (o altrimenti definiti attributi testuali) che descrivono a parole ciò che l’immagine rappresenta. Google risponde alla nostra ricerca di scarpe da trekking rosse con una immagine che nella sua meta-descrizione sicuramente contiene le tre parole chiave: scarpe / trekking / rosse.

Google vede solo se siamo noi a dirgli cosa deve vedere.

Google vede un’immagine nella misura in cui siamo noi a dirgli cosa quell’immagine rappresenta e quale caratteristiche visive ha.
Ora sappiamo che una grande fetta dei risultati delle nostre ricerche sul web sono costituite da immagini. Sappiamo anche che spesso le immagini valgono più delle parole. Ci mostrano immediatamente ciò che stiamo cercando e meglio di qualunque parola, ci conducono alle informazioni che vogliamo e, aggiungerei, all’acquisto di ciò che desideriamo.

Ogni immagine che carichiamo sul nostro sito contiene 4 attributi testuali che sono un percorso obbligato (e ovvio) per chiunque faccia della SEO una professione:

Breve guida su come ottimizzare le immagini per Google
Breve guida su come ottimizzare le immagini per Google

  1. TITOLO: il riferimento principale dell’immagine
  2. DESCRIZIONE: riferimento secondario ma sempre utile per arricchire le informazioni che definiscono il contenuto dell’immagine
  3. ALT TEXT: l’attributo fondamentale che ogni immagine deve avere. Letteramente significa “Testo Alternativo” ed è quello che il motore di ricerca utilizza per classificare  e definire il contenuto dell’immagine. Come pensate che Google possa interpretare la vostra meravigliosa foto delle scarpe da trekking rosse se questo testo è qualcosa del tipo “45689045_uj_L.jpg”?
  4. DIDASCALIA: questo è un testo didascalico spesso visibile nella pagina che contiene l’immagine: anch’esso, seppure con minore peso, contribuisce alla corretta identificazione dell’immagine da parte del motore di ricerca.

Arriviamo al punto di questa breve guida su come ottimizzare le immagini per Google.

Siamo impegnati giorno dopo giorno a vendere i nostri prodotti e servizi sul web. Tanto lavoro, se siamo bravi, lo dedichiamo ad ottimizzare i contenuti dei nostri siti e dei nostri e-commerce affinché i nostri contenuti scalino le classifiche dei risultati di ricerca di Google, sudando per ogni singola posizione guadagnata dai nostri testi.
Se è vero che le immagini sono un buona parte dei risultati di ricerca di Google… perché non dedichiamo loro la medesima attenzione che dedichiamo agli altri contenuti?
Esistono siti che non riescono a competere sui contenuti testuali con siti più grandi e trafficati ma li sorpassano alla grande quando si tratta di immagini e riescono, grazie ad una loro corretta ottimizzazione a posizionarsi nei primi risultati delle ricerche.

Davide ancora una volta può abbattere Golia, a patto che utilizzi bene la sua fionda.

 

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Sito web dello studio Legale: less is more.

2 Febbraio 2018 by BCD

Il sito web dello studio legale è uno degli elementi di cui si compone una strategia di marketing legale, è sicuramente il fondamento, lo strumento primario e, nel caso delle piccole realtà- professionali, la dotazione minima e indispensabile, non solo per la sopravvivenza ma anche per la competitività dello studio.

Di certo non si può definire il sito web dello studio il risultato ultimo di una strategia di marketing legale che si voglia defnire tale.

Detto questo, è facile constatare come molti studi legali, in particolar modo quelli di grandi dimensioni incorrono nell’errore, più frequente di quanto si pensi, di considerare il sito la finalizzazione di una strategia di marketing che vede la minuziosa, dettagliata e puntuale descrizione di tutto quello che lo studio fa, sul proprio sito web.

Le funzioni che il sito web dello studio legale deve assolvere sono sostanzialmente tre:

  1. Fornire subito tutte le informazioni e i recapiti dello studio e dei suoi servizi e questo è semplice: un sito fatto bene non ha alcuna difficoltà ad assolvere a questa funzione.
  2. Comunicare competenza, preparazione e specialità che sono alla base dell’affidamento del cliente.
  3. Per ultimo, ma più importante di ogni altra cosa, deve supportare tutte le attività di marketing legale poste in essere nel tempo. Questo significa che, prima di tutto, deve essere strutturato e alimentato esclusivamente con le informazioni migliori e più utili, solo con contenuti studiati e ottimizzati affinché possano raggiungere e intercettare le ricerche dei potenziali clienti nel web. Tutto il resto è inutile.

Se ricevete un cliente nel vostro studio non vorreste che questi lo trovasse ingombro di ciarpame, confusionario e così pieno da non potersi muovere… giusto?

Considerate il sito web dello studio legale come il vostro studio o la vostra casa: la vorreste stracolma, confusionaria e disorientante quando ricevete degli ospiti?

“Less is more”.

Anche e soprattutto per il sito web dello studio legale.

 

 

 

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Facebook cambia ancora: sarà la fine delle pagine aziendali?

31 Gennaio 2018 by BCD

Facebook ufficializza il cambio del suo algoritmo: meno visibilità per le pagine fan

Dell’ennesima svolta di Facebook se n’è fatto un gran parlare negli ultimi mesi, con toni più o meno allarmistici e più o meno positivi. Su una cosa però non si può discutere: si tratta di un cambiamento “pesante” con ricadute su tutte quelle aziende che investono sulle proprie fan page.

In che cosa consiste questo cambiamento?

In parole semplici ed in estrema sintesi: il cambio dell’algoritmo porta ad un nuovo criterio di selezione dei contenuti della news Feed di Facebook, criterio che ridurrà la visibilità dei post delle Pagine in favore dei contenuti dei contatti personali. L’algoritmo privilegerà in particolare i post e i video che creano interazioni soprattutto se ad opera dei propri contatti.

Perchè questo cambiamento?

Arriviamo subito al nocciolo della questione e rispondiamo alla domanda più importante: perché Facebook vuole privilegiare i contenuti di amici e parenti a scapito di quelli delle pagine?
Escludiamo a priori quello che dichiara Facebook stesso in merito perché è ovvio che un simile cambiamento ha ragioni che travalicano di gran lunga il semplice intento di rendere più soddisfatti gli utenti.
Secondo alcuni autorevoli analisti e conoscitori delle dinamiche social la mossa di Facebook ha due principali ragioni: dare un risposta alla conclamata incapacità dell’algoritmo di arginare il fenomeno dilagante delle fake news e in secondo luogo aumentare il “consumo” di Facebook da parte degli utenti, che negli ultimi tempi pare non sia cresciuto. Tutto qui? No e lo si capisce analizzando meglio le conseguenze di questo cambiamento.

Quali le conseguenze di questo cambiamento?

La prima conseguenza del mutato algoritmo sarà l’azzeramento (o quasi) della visibilità organica dei contenuti delle pagine e questo determinerà un primo vantaggio per il colosso di Zuckerberg: l’aumento dei budget investiti per sponsorizzare i contenuti da parte delle aziende che già investono in Facebook ads.
In secondo luogo Facebook sarà in grado di raccogliere informazioni sempre più precise e di qualità per ogni utente, aumentandone la profilazione. L’aggregazione nelle news feed dei contenuti di amici e parenti consentirà al social di conoscere meglio le cerchie degli utenti attraverso le relazioni di scambio che avvengono al loro interno.
Infine, ma non per ultimo, con molta probabilità vedremo un riaffermarsi prepotente della figura dell’influencer, (ovvero degli utenti le cui opinioni influenza quelle degli altri utenti)  che non ha mai goduto di grande fortuna su Facebook, almeno fino ad oggi.
Se quindi si può affermare che da un simile cambiamento ci guadagni sia l’utente (che dovrebbe vedere nel proprio feed solo ciò che vuole desidera) che Facebook (maggiori introiti pubblicitari e maggiore profilazione degli utenti), altrettanto non potranno dire aziende e professionisti che veicolano il proprio brand, attraverso le pagine fan.

Cosa possono fare le aziende e i professionisti che utilizzano le pagine come strumento promozionale?

Le azioni da porre in essere per minimizzare l’impatto di questo importante cambiamento sulle aziende e sui professionisti che fino ad oggi hanno utilizzato intensamente le pagine per promuoversi sono poche ma importanti.

Prima di ogni altra cosa è necessario un ripensamento generale della propria strategia su facebook: se il social di Zuckerberg cambia le regole del gioco, bisogna imparare a giocare con le nuove regole, prima degli altri e meglio degli altri. Quindi, innanzitutto verificare e monitorare la resa delle campagne, in termini di click, budget e visualizzazioni. In secondo luogo modificare la tipologia di contenuti da sponsorizzare privilegiando contenuti meno promozionali e maggiormente orientati al coinvolgimento e all’interazione degli utenti. Infine investendo su strategie basate sull’azione degli influencer, che da ora in avanti diventeranno determinanti.

Un altro interessante suggerimento contempla l’uso dei gruppi. Come già sappiamo i gruppi Facebook servono per sviluppare una community: i post pubblicati al loro interno hanno una maggiore resa organica e un elevato potenziale di coinvolgimento. Da pochi mesi è possibile creare gruppi Facebook che siano agganciati ad una pagina fan: la prossibilità quindi va sfruttata e può rappresentare una interessantissima alternativa alla minore visibilità organica dei contenuti delle fan page.

Nei prossimi mesi le nuove dinamiche derivate dal cambiamento dell’algoritmo saranno più chiare e si potranno calibrare le nuove strategie promozionali legate alla pagine fan.

Che fare, aspettare?
Si ma… preparandosi da subito al cambiamento.

 

 

Archiviato in:Social Media

Solo le aziende che investono nel digitale aumentano i propri ricavi.

29 Gennaio 2018 by BCD

Poche le PMI con un alto livello di digitalizzazione: lo dice il Digital Transformation Institute.

La maggioranza degli imprenditori italiani non investe (e non si sente preparato) nel digitale, i pochi che invece lo fanno (e ritengono di conoscere il mondo digitale) dichiarano di aver visto aumentare significativamente il proprio fatturato.

In Italia (come nel resto del mondo) è presente una ormai netta contrapposizione nel mondo delle PMI : da un lato le aziende “anziane” chiamate a innovarsi e dall’altro quelle cosiddette “giovani” che fanno del digitale il loro campo naturale d’azione.

In relazione a questa tematica il rapporto promosso dall’autorevole Digital Transformation Institute e basato sulla autovalutazione effettuata dalle piccole e medie imprese fa emergere un quadro molto sbilanciato e lo si comprende chiaramente dai numeri:

Il 59% delle PMI si ritiene abbastanza tecnologica ma soltanto il 17,9% è consapevole o meglio crede di aver raggiunto un altro livello di innovazione tecnologica.

Il 39% delle imprese dichiara di avere effettuato investimenti in tecnologie digitali per meno di 5mila euro e il 28% ammette di non aver investito nemmeno un euro in tecnologie digitali.

Dal rapporto del Digital Transformation Institute emerge però un altro dato estremamente significativo:

Il 62% delle imprese che hanno deciso di scommettere sul digitale dichiara un miglioramento significativo dei ricavi.

Nella mia, seppur limitata esperienza come consulente digitale a fianco di numerose piccole aziende, comprendo e mi sento di confermare in pieno il panorama che emerge dai numeri contenuti nell’indagine del Digital Transformation Institute. Raramente, la piccola azienda ha consapevolezza del proprio livello di digitalizzazione che spesso si limita banalmente all’utilizzo di un nuovo gestionale …
Quante di queste piccole aziende poi, senza arrivare a parlare di modelli di automazione, criptovalute, industria 4.0 ecc, non hanno neppure una valida e funzionale presenza digitale di base, e qui parlo di comunicazione, che permetta loro di “stare” nel mercato in maniera competitiva e coerente con i tempi.

Se poi, per ipotesi, ci si imbarcasse in un’indagine simile rivolgendosi però alle singole realtà professionali, ai piccoli studi e alle piccole e medie realtà associative di professionisti, sono certo che il disallineamento evidenziato dallo studio del Digital Transformation Institute tra assenza di consapevolezza del proprio grado di digitalizzazione e mancanza di conoscenza  vera e propria del mondo digitale, nei limiti degli obiettivi che attività professionali di questo tipo perseguono, possa essere ancora maggiore.

Il dato a cui io guardo con maggiore interesse ovviamente ha a che fare soltanto con le metodologie e gli strumenti comunicazione e di promozione professionale, un ambito limitato, una parte soltanto del più ampio concetto di innovazione tecnologica, eppure così importante da rischiare, se trascurato, di vanificare qualsiasi altro sforzo fatto nella direzione dell’innovazione, della digitalizzazione e dell’incremento del proprio fatturato.

A cosa serve, ad esempio,  investire tempo denaro in un meraviglioso sistema di gestione in cloud dei propri documenti di studio, se poi lo stesso studio non è in grado di trasmettere ai suoi potenziali clienti questo suo plus tecnologico che si traduce (per il cliente stesso) in maggiore efficienza e rapidità nella gestione del lavoro?

Lo so la domanda appare banale e semplificatoria ma è una domanda che in molti tra i piccoli professionisti e piccole realtà professionali dovrebbero porsi prima di affermare e sostenere la propria “maturità tecnologica”.

BCD

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