Solo le aziende che investono nel digitale aumentano i propri ricavi.

Poche le PMI con un alto livello di digitalizzazione: lo dice il Digital Transformation Institute.

La maggioranza degli imprenditori italiani non investe (e non si sente preparato) nel digitale, i pochi che invece lo fanno (e ritengono di conoscere il mondo digitale) dichiarano di aver visto aumentare significativamente il proprio fatturato.

In Italia (come nel resto del mondo) è presente una ormai netta contrapposizione nel mondo delle PMI : da un lato le aziende “anziane” chiamate a innovarsi e dall’altro quelle cosiddette “giovani” che fanno del digitale il loro campo naturale d’azione.

In relazione a questa tematica il rapporto promosso dall’autorevole Digital Transformation Institute e basato sulla autovalutazione effettuata dalle piccole e medie imprese fa emergere un quadro molto sbilanciato e lo si comprende chiaramente dai numeri:

Il 59% delle PMI si ritiene abbastanza tecnologica ma soltanto il 17,9% è consapevole o meglio crede di aver raggiunto un altro livello di innovazione tecnologica.

Il 39% delle imprese dichiara di avere effettuato investimenti in tecnologie digitali per meno di 5mila euro e il 28% ammette di non aver investito nemmeno un euro in tecnologie digitali.

Dal rapporto del Digital Transformation Institute emerge però un altro dato estremamente significativo:

Il 62% delle imprese che hanno deciso di scommettere sul digitale dichiara un miglioramento significativo dei ricavi.

Nella mia, seppur limitata esperienza come consulente digitale a fianco di numerose piccole aziende, comprendo e mi sento di confermare in pieno il panorama che emerge dai numeri contenuti nell’indagine del Digital Transformation Institute. Raramente, la piccola azienda ha consapevolezza del proprio livello di digitalizzazione che spesso si limita banalmente all’utilizzo di un nuovo gestionale …
Quante di queste piccole aziende poi, senza arrivare a parlare di modelli di automazione, criptovalute, industria 4.0 ecc, non hanno neppure una valida e funzionale presenza digitale di base, e qui parlo di comunicazione, che permetta loro di “stare” nel mercato in maniera competitiva e coerente con i tempi.

Se poi, per ipotesi, ci si imbarcasse in un’indagine simile rivolgendosi però alle singole realtà professionali, ai piccoli studi e alle piccole e medie realtà associative di professionisti, sono certo che il disallineamento evidenziato dallo studio del Digital Transformation Institute tra assenza di consapevolezza del proprio grado di digitalizzazione e mancanza di conoscenza  vera e propria del mondo digitale, nei limiti degli obiettivi che attività professionali di questo tipo perseguono, possa essere ancora maggiore.

Il dato a cui io guardo con maggiore interesse ovviamente ha a che fare soltanto con le metodologie e gli strumenti comunicazione e di promozione professionale, un ambito limitato, una parte soltanto del più ampio concetto di innovazione tecnologica, eppure così importante da rischiare, se trascurato, di vanificare qualsiasi altro sforzo fatto nella direzione dell’innovazione, della digitalizzazione e dell’incremento del proprio fatturato.

A cosa serve, ad esempio,  investire tempo denaro in un meraviglioso sistema di gestione in cloud dei propri documenti di studio, se poi lo stesso studio non è in grado di trasmettere ai suoi potenziali clienti questo suo plus tecnologico che si traduce (per il cliente stesso) in maggiore efficienza e rapidità nella gestione del lavoro?

Lo so la domanda appare banale e semplificatoria ma è una domanda che in molti tra i piccoli professionisti e piccole realtà professionali dovrebbero porsi prima di affermare e sostenere la propria “maturità tecnologica”.

BCD